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martedì, 25 marzo 2008
postato da: Tricotomico alle ore 12:20 | Link | commenti
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lunedì, 05 novembre 2007

Ma a me che cazzo frega?

Io sono un robot! 

Una canzone
di rock demenziale al giorno
toglie il politicastro di torno

I seguenti files audio furono creati per - e liberamente donati da Nereo Villa a - RADIO SIGNORAGGIO NETWORK, e sono il risultato del lavoro musicale del 2006 e del 2007.

Politichina - Proclama

Ne trovi altri qui:

http://digilander.libero.it/EpikeiaVostrAmata/mp3epicheici.htmA

postato da: Tricotomico alle ore 09:37 | Link | commenti (1)
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venerdì, 10 agosto 2007
Il tradimento dell’io procede: “Siamo soliti a considerare il diritto, per così dire, dall'alto verso il basso: da chi comanda a chi obbedisce, dai governanti ai governati, dalla norma all'atto di osservanza o di trasgressione. Il problema riguarda validità ed efficacia della norma. Di rado i teorici del diritto rovesciano l'angolo di osservazione: dal basso verso l'alto: perché scelgo di obbedire a questa norma? Perché, come giurista, prendo in oggetto di studio queste, e non altre, norme?
Il deicidio, se offre una diversa legittimità al potere di comando, così determina un nuovo fondamento alla scelta di obbedire. Anzi, questa dapprima non era una scelta: collocato dalla sorte in un certo Stato o in un certo popolo, l'individuo aveva dovere di obbedienza al governo legittimo (cioè, provvisto di una investitura divina, che la grande Rivoluzione avrebbe contestato e abbattuto). Il problema della scelta sorge quando tutti i governi di diritto - di un diritto ormai sconsacrato e terreno - sono governi di fatto: ossia, di quel fatto che è la 'efficacité' di talune volontà rispetto ad altre. Nietzsche parla, con riguardo a diverso tema, di 'fissazione storica del rapporto tra potenze': l'espressione può ben descrivere la genesi di una norma che sta lì, in quel caduco e provvisorio rapporto tra le forze in gioco.
Ora, l'individuo vede dinanzi a sé, quasi spettatore di ciò che accade, una pluralità di ordini normativi: Stati, confessioni religiose, società criminali, sette esoteriche ecc. E, poiché tutti sono equivalenti - o, meglio, poiché nessuno ha un 'valore' che non sia l'efficacia della posizione -, l'individuo deve scegliere. Quale che sia il grado di consapevolezza, ciascuno sceglie l'ordine normativo delle proprie azioni o stabilisce una gerarchia tra gli ordini normativi da lui preferiti. Chi 'sceglie' di essere cittadino di uno Stato e di obbedirne le leggi, ma è insieme membro di una confessione religiosa, potrà trovarsi dentro al conflitto di due norme: ne uscirà soltanto mediante un criterio di gerarchia, cioè di preferenza dell'una all'altra”. Preferenza motivata da valutazione o non motivata? “Criterio, che egli ha deliberato e voluto.
Proprio questa ipotesi mostra che un diritto è diritto per me se io voglio quel diritto (voglio?): lasciata la posizione di spettatore, scelgo (scelgo?) il mio diritto, il quale è (per giovarci d'un raffronto di Giovanni Gentile), al pari della madre, unico ed esclusivo (scrive il filosofo siciliano: «Ognuno ha la sua, ma nessuno ne ha più d'una; e nessuno può parlare del mondo, in generale, senza parlare del proprio unico mondo, dove la madre è una sola»)”. Voglio che quella sia mia madre? “Sappiamo che la norma procede per qualifiche, predicando un'azione dovuta ed altra illecita ed altra ancora permessa: questo corpo di nomina juris non può logicamente tollerare predicati, che, identici o contrari, discendano da diversa fonte. Poiché nessuna azione è in sé permessa o illecita o dovuta, soltanto la norma - la norma che, scelta da me (scelta da me?), diventa la mia norma - può colorare l'azione (colorare l’azione?) e attribuirle un predicato. Il diritto è esclusivo, perché esclude la simultanea applicazione di qualsiasi altro ordine di criteri. Aut-aut. Lo spettatore vede la pluralità (et et); la scelta determina l'escludente unicità.
Ma che cosa propriamente significa scegliere un diritto? Se ciascuno degli ordini normativi è fondato su una Grundnorm, cioè su un inizio da cui tutto si svolge, allora la scelta di un diritto è scelta di una Grundnorm. Scegliendo l'inizio, scelgo insieme tutte le norme che ne sono derivate o siano per derivarne. Il nichilismo si converte, a parte subjecti, in solipsismo giuridico. Il diritto è scelto da me; accettando l'inizio, anche accetto le procedure, con cui si svolge l'intero ordine di norme. Scegliendo l'inizio di un regime democratico, accetto il criterio della maior pars, e procurerò di scendere nel conflitto e di inserirmi in una od altra delle forze in campo. Qui è davvero inutile indagare sui motivi della scelta: luogo di nascita, tradizione di famiglia, debolezza psichica, paura di sanzioni o attesa di premi ecc. Ciò che conta è avvedersi come la forza di un diritto corrisponda alla somma delle scelte individuali: una quantità di solitudini, le quali non costituiscono un'entità ulteriore, un'unità di volontà (volontà?), ma rimangono puri elementi di un calcolo numerico (?). Quando si afferma che un diritto è osservato, o che comandi sono obbediti, non si esprime una qualità delle norme giuridiche, ma si calcola una quantità (?) di volontà (volontà?) individuali (?). Si accerta quel fatto, che è dato da una somma di scelte solitarie. I plurimi atti di osservanza sono empiricamente unificati nell'osservanza del diritto. 'Gli osservanti' (per usare il titolo d'un suggestivo libro di Franco Cordero) fanno l'osservanza, la quale non è disgiungibile dalle loro solitarie e singolari volontà (volontà?).
Anche guardandoci dal sottile fascino di deduzioni e implicazioni logiche, si scopre che l'efficacia del diritto - il suo imporsi come massima dell'agire - dipende dalla scelta dei singoli. E che pertanto la volontà (volontà?) individuale, spinta dai motivi più vari e imprevisti, è, essa stessa, il fondamento del diritto: essa, che, scegliendo l'inizio e le relative procedure, conferisce alla norma la numerabile 'efficacité'”. Qui il modo di procedere è astratto e deficiente di pensiero, dato che pone a fondamento del diritto la quantità numerica di coloro che ci credono! La pazzia qui è galoppante. Ed è un po' come dire: io faccio un divieto o un obbligo a caso, cioè senza pensiero ma casomai in base a modelli prefabbricati di pensiero; se voi crederete a tali contenuti formulati in tal modo, essi saranno i vostri doveri, diritti, leggi e decreti, ecc. Dunque non si tratta di pensiero universalmente valido ma di accettazione di pensati...
È la cablatura: l’uomo che si priva del pensiero in nome della norma, o del diritto, o del modello di pensiero, è un cablato mentale: scientificamente cablato; è in fondo un seguace o un discendente dei Münchausen (la storia del barone di Münchausen che si libra in aria appeso al suo codino è conosciuta): la cablatura cerebrale, o ombrello cerebrale, o scotomizzazione dell'io umano, sono infatti strumenti per la presa di potere dell’uomo sull’uomo, indipendentemente dell’autodominio o della presa di potere che l’uomo può esercitare su se tesso.
L’uomo dal pensiero debole, o deficiente, o dal cervello cablato, diventa così persuaso in modo scientifico che le cose vanno bene così come sono! E che il suo livello di schiavitù è del tutto normale! In questo contesto si innestano poi i falsi maestri, i giuristi, i legislatori, gli avvocatucoli e gli esperti di ogni tipo. E l’uomo cablato si attende poi sempre che essi facciano rivelazioni spettacolari. Si guarda la televisione e si impara scientificamente ad essere stupidi. Si guarda il talebano che decapita un suo simile e si pensa: “Una cosa del genere non potrebbe mai accadere qui da noi”. Davvero mai? Cosa accadde nella Germania nazista? Fino a che punto si può essere nazista? Cosa traccia la linea di demarcazione fra equo ed iniquo, fra obbedienza e clemenza, se non l’epicheia?
Il ragionamento di Irti non tiene in considerazione che gli odierni “osservanti” della legge sono individui che rinunciano alla loro moralità personale in favore di una moralità collettiva, istituzionalizzata. Gli “osservanti” della legge, gli attuali farisei, sono coloro che hanno abbandonato le loro convinzioni meditate per scendere a un compromesso col sentimentalismo e con la popolarità, vale a dire barattano la responsabilità per l'ubbidienza, sostituendo la parresia col leccaculismo!
A base di questa affermazione non pongo una mia opinione ma un esperimento psicosociale degli anni sessanta sull’ubbidienza degli “osservanti”. Si tratta delle famose ricerche di Stanley Milgram fatte presso la Yale University.
Milgram scelse come campione un settore rappresentativo della popolazione maschile adulta (dai venti ai cinquant'anni) di Bridgeport, Connecticut, dagli operai fino ai professionisti. L'esperimento si proponeva di determinare fino a che punto un individuo avrebbe potuto infliggere una punizione a un altro individuo, quando ciò gli fosse stato ordinato (tale esperimento della “Società di ricerche di Bridgeport” venne poi mascherato come studio scientifico sulle tecniche dell’apprendimento). I soggetti venivano scelti a caso e ricevevano un compenso di quattro dollari e mezzo.
Uno “scolaro” era legato a una “sedia elettrica” dopo che il soggetto (un “insegnante”) aveva verificato l'efficienza dello strumento provando una scarica di 45 volts. Quindi da una sala vicina il soggetto (insegnante) somministrava una scarica elettrica di intensità crescente per ogni risposta errata. In realtà lo “scolaro” non riceveva la scarica, e le sue reazioni consistevano in una registrazione su nastro di tipici mormorii, boccheggiamenti, grida di implorazione e urla sempre più forti col crescere dell'intensità della scarica comunicata. Le risposte erano prestabilite dallo sperimentatore, così che l’unico fattore che poteva impedire all'insegnante di somministrare la scarica elettrica era rappresentato dalla sua compassione per un essere umano. L'insegnante (il Signor Tizio) si trovava a dover scegliere fra l'ubbidienza al sistema autoritario e la sua convinzione che non si dovesse far male a un'altra persona.
Il seguente dialogo fra chi comanda le scariche e chi obbedisce attuandole è tratto dal libro di Thomas A. Harris, “Io sono ok, tu sei ok” (Ed. Rizzoli): 
Sperimentatore: “Somministri 150 volts”.
Insegnante: “Vuole che continui?”
S: “Somministri 165 volts”.
I: “Quel tipo là dentro sta urlando. E un voltaggio alto. Forse gli può venire un collasso. Devo continuare?”
S: “Somministri 180 volts”.
I: “Non ne può più. Io non ho intenzione di uccidere quell'uomo là dentro! Non lo sente come urla? Sta urlando. Non ne può più. E se gli succede qualcosa? Capisce cosa voglio dire? Intendo dire che rifiuto di assumermi qualsiasi resposabilità. (LO SPERIMENTATORE SI ASSUME LA RESPONSABILITÀ).
S: “Va bene”.
195 volts 210, 225, 240, e così via.
Quale fu la percentuale dei quasi mille insegnanti che portò a termine l'esperimento tramite immancabile obbidienza? È pazzesco ma è la verità: il sessantadue per cento! Costoro ubbidirono fino in fondo alle ingiunzioni dello sperimentatore.
Milgram perciò concludeva: “Con stupefacente regolarità si vedeva della brava gente piegarsi alle richieste dell’autorità e compiere azioni dure e spietate. Persone che conducevano una vita rispettabile e responsabile erano indotte dalle insegne dell'autorità, dal controllo delle loro percezioni, e dall'accettazione acritica della definizione definizione della situazione data dallo sperimentatore, a compiere atti crudeli. I risultati, in quanto visti e sentiti in sede di laboratorio, sono per chi scrive fonte di turbamento” (1).
Oggi basta accendere la TV per accorgersi che la crudeltà degli “osservanti” talebani è di natura ancora peggiore. Insomma l’uomo bestia esprime obbedienza alle regole del proprio clan e della propria giurisdizione, ma questo dovrebbe essere considerato il fondamento su cui poggiare il diritto? È davvero lecito contare sul numero di individui che in nome della legge compiono trattamenti disumani per affermare il diritto?
Se il 62% dell’umanità si comporta da animale significa che tale maggioranza democratica può avere voce in capitolo per fondare un diritto senza io?
Senza dubbio la premessa accettata acriticamente era che ogni genere di esperimento necessario alla ricerca era giustificato. Ma si trattava della stessa ipotesi che spinse scienziati “rispettabili” a partecipare agli atroci esperimenti di laboratorio condotti nella Germania nazista.
Che differenza c’è allora fra i nuovi politicastri sedicenti antisignoraggisti che parlano di popolo o che fanno tutto in nome del popolo, magari alleandosi con dittatori in nome del popolo, e quei nazisti sperimentatori?
Piegarsi passivamente all'autorità o accettare senza discutere leggi che appaiono contrarie alla giustizia e alla sopravvivenza, non è un indice di forza e di sanità mentale. Le leggi non sono l'ultima verità. Soprattutto per i giuristi assertori del nichilismo giuridico. Assieme alle leggi giuste vi sono leggi inique e molte di queste sono state cambiate in seguito a proteste.
Se non si tiene conto della protesta pacifica e del rifiuto della legge se iniqua (epicheia), non si può che prevedere il prevalere progressivo di episodi di violenza. Questa semmai è volontà ma in quanto volontà reattiva al altra volontà del fare il male. Le reazioni di chi non ne vuole sapere di pensare, cioè di dare ascolto alla voce della sua ragione (sindéresi), saranno sempre più condizionate dalla paura. Certamente occorre tener conto delle esigenze del processo democratico, che non può prescindere dalle leggi. Ma la democrazia può essere operante solo a condizione che il suo elettorato sia intelligente, e un elettorato intelligente non lo si può creare per decreto.
Ecco perché ogni solipsismo, anche il “solipsismo giuridico” è un’imbecillità che dev’essere superata. Ed il suo superamento non può che ottenersi per via di pensiero, anzi per via di “io” e di universalità. La conoscenza è universale in quanto intellezione e non in quanto sensazione, così che l’accordo tra gli uomini avviene sul piano intellettivo e non su quello sensibile.
continua in larivoltadelledifferenze7
 
NOTE
(1) Stanley Milgram, “Human Relations”, vol. 18, n. 1, 1965.
postato da: Tricotomico alle ore 09:45 | Link | commenti
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giovedì, 09 agosto 2007
“Orbene, non c'è diritto che non consista in posizione di norme (o leggi, intese nel modo più comprensivo e generale), cioè in fatti della volontà prescrivente”. La volontà prescrivente è sempre intenzione, cioè pensare: non volere.Da questo punto in avantinon mi curerò più di far notare l’uso linguistico della cultura ascientifica, usato anche dai giuristi universitari in merito al volere. Mi limiterò a scrivere in grassetto il “volere” di Irti. L’uomo sperimentatore dei concetti che usa, cioè l’uomo della scienza dello spirito, a differenza dell’uomo non sperimentatore dei concetti da lui usati, sa differenziare il pensare dal volere attribuendo a questi due contenuti concettuali due diversi ambiti della fisiologia umana: il primo, quello attribuito al pensare, riguarda la zona del capo e del sistema nervoso; il secondo, attribuito al volere, riguarda la zona delle membra e del sistema metabolico. 
“L'appello al diritto contro la legge, come l'appello alla giustizia contro il diritto, è fenomeno, per così dire, intra-giuridico e intra-politico: giustizia e diritto si risolvono in proposte di norme diverse da quelle vigenti, in espressioni di dissenso e in volontà o desiderio di leggi future.
Dal nichilismo normativo il giurista non può uscire. Questo significa che egli ha dinanzi a sé la discorde molteplicità delle norme, la cura giuridica delle differenze, la casualità delle decisioni politiche. Un denso impasto, irriducible ad unità di scopo (cioè ad intenzione univoca).  E tuttavia in esso si manifesta, non opacità e passività, ma volere attivo degli uomini, conflitto di proposte, tensione di ideologie”. Se il volere attivo degli uomini esistesse veramente nel senso qui accennato, si affermerebbe negli uomini la volontà di epicheia, o buona volontà del cristiano, cioè il diritto-dovere di non ubbidire a leggi ritenute dalla coscienza (dalla coscienza non alienata, ovviamente, ma in cui viva e non solo vegeti la sindéresi) antiumane o anticristiane. Ma non mi risulta che la gente si comporti in modo epicheico. Il comportamento della gente assomiglia piuttosto a quello della pecora, che di fronte alla percezione dei lupi che entrano nell’ovile chiude gli occhi! (1). Insomma se il “volere attivo” degli umani mostrasse quell’intenzione univoca di aprire almeno gli occhi, il giurista sarebbe forse in grado di uscire dal caos che si è creato da solo con l’assurdità di concepire bisogni inesistenti come quello di un “diritto contro la legge”. Infatti è costretto ad affermare poi: “Ed anche da questo il giurista non può uscire. Non ha unità teleologica, ma frammenti, sorretti da specifiche volontà e miranti a dati scopi. E dunque il suo lavoro sarà necessariamente vagante e frammentario: aperto con l'esegesi delle singole norme, si concluderà, nel più felice e fortunato dei casi, con la scoperta di angusti nuclei di significato (che denominai micro-sistemi: piccoli sistemi o sistemi del piccolo). Il nichilismo normativo si fa nichilismo scientifico (o, se si preferisce, interpretativo): neppure la dottrina è in grado di rispondere alla domanda sul perché o di raggiungere la totalità di senso. E come potrebbe, se il suo oggetto, la materia che essa è chiamata a 'riflettere', ne è interamente spoglia? Se le norme sono lì, nel loro nascere e morire, e dietro o dentro non vi si scorge nulla?”
Queste domande che Irti pone onestamente a se stesso non sono forse le stesse che Rudolf Steiner poneva in bocca alla concezione materialistica? Come fa la materia - e dunque anche la materia giuridica - a riflettere su se stessa?
Ecco dunque perché è impossibile escludere l’io pensante o sostituirlo con modelli di pensiero pre-pensati.
Pretendere di fare ciò in nome della fedeltà alla legge, è solo illusorio, dato che siamo oramai nel terzo millennio, cioè nel tempo della rinascita del diritto come vita intima e diritto ad essa.
La legge viva è diritto interiore all’io. È franchezza, risoluzione interiore, coraggio. Non è carta. Non è libro. Con l’avvento dell’IO SONO, avvenuto duemila anni fa, il Libro cambia la sua costituzione atomico molecolare: diventa carne.
Il Cristo è l’io che si incarna.
Ed il vero diritto è affermato con parrhesia. La parrhesia era la naturale libertà di testimoniare non una politica ma il politeuma (atteggiamento costitutivo) dell’uomo nuovo, vale a dire la dignità del cittadino (Filippesi 1,27).
Solo se si ha questa franchezza, questo diritto nell’IO SONO (“in Christo Iesu”, Filemone 1,8) è possibile dettar legge nei nostri simili: “Pur avendo in Cristo pieno diritto di comandarti (“imperandi tibi”, ibid) quel che devi fare, io preferisco pregarti in nome dell’amore” (2).
“La fedeltà alla legge, così pregiata negli interpreti teorici e pratici, è in questa apertura al molteplice, in questa seria accettazione del frammentismo normativo. Ai giuristi si chiede estrema sobrietà di atteggiamento e di stile: non di sopraffare le norme con disegni di unità, ma di rischiararne il fluire atomistico. Il loro sguardo è sciolto e mobile, pronto a adottare il 'punto di vista' della legge, l'arbitraria e artificiale trama con cui essa avvolge uomini e cose”.
Onestamente Irti pone fra virgolette infatti il punto di vista della legge, perché la legge non può avere un proprio punto di vista se non è vivente all’interno dell’uomo.
Però non porta questa onestà con sé, all’interno di se stesso, ma la sacrifica irresponsabilmente e inaspettatamente sull’altare imperialista dell’onnipotenza del diritto nichilisticamente inteso. È il tradimento del chierico in nome del pane o del “tengo famiglia”. È l’adorazione di Mammona. La trasformazione delle pietre in pane o in money è più importante del manas, che ne avverte (“moneo”) la possibilità. Il dio quattrino sostituisce il dio trino e umano costituito da pensare, sentire e volere. In tal modo è estromesso dall’interno dell’uomo il giusnaturalimo, inteso non come universalità del pensare, ma come assolutismo filosofico:
“Collocata in questo quadro, e accompagnata dagli schiarimenti e precisazioni che siamo andati svolgendo, la dottrina pura del diritto conserva intatta la propria utilità e la propria funzione pedagogica. Essa libera da ogni giusnaturalismo e assolutismo filosofico, educa alla relatività dei contenuti normativi, insegna a cogliere la struttura delle singole disposizioni. La 'purezza' serve a indicare, dal lato della posizione di norme, che il diritto può ciò che vuole, ed è in grado di includere qualsiasi contenuto; dal lato della dottrina giuridica, che essa isola il proprio oggetto, rivolgendosi le esclusive domande circa validità e significato”. Irti mette le virgolette alla purezza, perché crede subconsciamente di riacquistare di fronte a se stesso la perduta dignità della parrhesia appena esclusa da sé in quanto individuo. Qui è l’anima di gruppo animale che domina: è lo spirito universitario… privo di universalità.
Perciò non gli rimane che citare altri autori. Prende sopravvento la carta. Prende sopravvento Arimane: “«Da questo punto di vista - ha finemente avvertito Roberto Esposito - è lecito vedere nel normativismo kelseniano la più efficace trasposizione del nichilismo sul piano giuridico». Kelsen scioglie ogni connessione tra validità di norma e valori (discendano da Dio o si pretenda di ricavarli da natura o ragione umana), risolvendo la prima nel regolare funzionamento delle procedure produttive. E poiché queste sono mosse da volontà umana, il valere della norma coincide con il volere (ora il volere si è fatto “il valere della norma”!), incanalato nelle procedure proprie del singolo ordinamento: anche qui, come in un celebre aforisma di Nietzsche, il valore è soltanto «sintomo della forza di coloro che pongono il valore». 'Nichilismo estremo', lo dice il filosofo tedesco”.
E il grande abbaglio è scambiato per luce:
“Prende luce così la 'positività' del giurista. Egli conosce norme poste dalla volontà (poste o imposte dalla volontà?), a quel modo che il teologo conosce norme poste dalla volontà divina”. Eccolo là: l’uomo si fa Dio adorando Mammona e tutta la sua… casta! “E se la volontà degli uomini, seguendo le procedure proprie di ciascun ordinamento, genera una frammentaria molteplicità di norme, egli non può non accettarle”. Infatti più di 250 mila leggi impediscono di fatto agli italiani di essere dignitosi! “Il giurista non è un apportatore di unità, la quale, non esistente nel materiale normativo e non ricavabile da esso, sia attinta in non so che regione del mondo o esperienza mistica”. Irti non sospetta minimamente (e non ne vuole minimamente sapere, credo), che il “materiale normativo” possa rinvenirsi nell’io umano, dato che l’io è immateriale e il materialismo non glielo permette. “Il suo sapere non può dare più di quanto - esplicito e implicito, espresso o inespresso - sia già contenuto nelle norme prese in istudio. Un sapere - diremo con Maurice Blanchot - 'che ha per fondo l'ignoranza ultima', che trova singoli sensi in un universo privo di senso”. È il tentativo non riuscito di dare senso al mondo senza l’io: là dove non si accetta di percepire l’immateriale o il soprasensibile, il mondo non può che rimanere privo di senso… Il calore di un dipinto non può essere misurato col termometro ma con un metro interiore presente nella sindéresi vivente della coscienza.
Continua in larivoltadelledifferenze6
NOTE
(1) “I gentili sono come un branco di pecore, noi siamo i lupi. Sapete cosa fanno le pecore quando i lupi entrano nell’ovile? Chiudono gli occhi” (cfr. l’undicesimo protocollo degli anziani di Sion). Non mi interessa tanto sottolineare qui la questione storiografica irrisolta degli autori di quei protocolli, presumibilmente fabbricati da franco-russi della polizia segreta “Okhrana” di un tal Ratchkovsky, quanto il contenuto espresso in tali documenti, che dovrebbero essere studiati, se non altro per individuare le RADICI PROGRAMMATICHE DEL SIGNORAGGIO E DEL DEBITO PUBBLICO (vedi protocollo 20, ma vedi anche gli ultimi 4: 21, 22, 23, e 24) FINALIZZATE AL DOMINIO SUPERCAPITALISTICO OCCULTO DEL MONDO, programmi che sembrano essere stati svelati a tutta l’Europa da più di un secolo. Il Times di Londra dell’8/5/1920 diede infatti un largo sunto dei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", annunziando che questi documenti furono pubblicati in Russia a Tsarkoye Sielo nel 1905, e che la biblioteca del British Museum ne possedeva una copia col timbro di entrata del 10 agosto 1906, n. 3926 d 17. Il Times richiamò l'attenzione della politica su quegli scritti e le edizioni si vennero moltiplicando, mentre quelle esistenti si diffondevano rapidamente fra un pubblico sbigottito. Tra queste le più notevoli sono: quella tedesca di Gottfried Zur Beek: Die Geheimnisse der Weisen von Zion (I misteri dei saggi di Sion) edita a Charlottenburg dall'Auf Vorposten (1919, 4° piccolo pp. 256) con una importante bibliografia sulla questione ebraica, e due edizioni inglesi, la prima edita sui primi del 1920 a Boston (Small Majnard and C.), la seconda edita a Londra (The Britons: 62 Oxford Street) Protocols of the Learned Elders of Zion. Sono poi seguite numerose edizioni in Francia, Polonia, ecc.).
(2) Questa interpretazione di Filemone 1,8 in cui il concetto greco di “parrhesia” è tradotto col termine “diritto” è di Fulvio Nardoni (Bibbia tascabile, Ed. Paoline).  
postato da: Tricotomico alle ore 10:59 | Link | commenti
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lunedì, 30 luglio 2007
“Come si pone il giurista (teorico o pratico che egli sia) dinanzi all'insensatezza della legge, o, meglio, all'ossessiva molteplicità di sensi non riducibili ad unità?” Che significa “non riducibili”?Qui, nei “sensi non riducibili ad unità” sta il problema. Irti da’ per scontato che qualcosa che egli chiama “sensi” non possa coesistere con l’osservazione. Perciò, come tutti gli scribi moderni che hanno perso la sindéresi, è incapace di discernimento morale, e non sa distinguere il bene dal male, proprio perché dimostra di non percepire in sé la sindéresi (termine greco per “esame”, derivante da “synteréo”, “vigilo, tengo in considerazione”, composto dal prefisso “syn”, “con”, e da “téresis”, da “téreo”, “terapeuticamente assisto, osservo”. Come può accadere che un vigile non vigili? Come può accadere che un giurista non sappia liberarsi dall’“ossessiva molteplicità di sensi” attraverso coscienza di sé, del proprio giudizio critico? Se nel giudice manca il giudizio critico come può giudicare? Questo è il vero problema di oggi generatore e non generato da ciò che ha dinanzi: “l’insensatezza della legge”! Da qui poi la sua causalità trasformata in casualità: “Qual è il suo atteggiarsi nei confronti di un vuoto finalistico, dove ribolle l'indefinita variabilità degli scopi?
Il giurista non può dare alla legge ciò che la legge non ha dentro di sé. Non può farle indossare un abito che non è il suo proprio abito. Il fondatore della scuola storica, Federico Carlo di Savigny, insegnava l'opera sistematica della dottrina riflettere la connessione dei rapporti giuridici 'nella ricca e vivente realtà'. Se unità organica non c'è nella legge, ossia nell'insieme di norme che costituiscono oggetto della scienza giuridica, ebbene questa non può sovrapporle una veste fittizia ed arbitraria”.Questo pensa Irti di se stesso in quanto scienziato giurista? Quando negli anni settanta lessi per la prima volta e superficialmente “La filosofia della libertà” di Rudolf Steiner trovai un punto che considerai sofistico. Più avanti nel tempo dovetti ricredermi sempre più e queste parole di Irti lo confermano. La frase di Steiner era: “Se si pretende che una scienza «rigorosamente oggettiva» derivi il suo contenuto soltanto dall'osservazione, si deve pure pretendere ch'essa rinunzi assolutamente al pensare, dato che questo per sua natura va sempre al di là dell'osservato” (1).
E che cosa fa Irti per essere un giurista “rigorosamente oggettivo” dato che la “scienza giuridica” “non può sovrapporre una veste fittizia ed arbitraria”? Per essere onesto con se stesso non può che risolvere tutta la problematica glorificando il nichilismo come fa nell’ultima frase del suo libro: “Il nichilismo ci salva e protegge; smaschera falsi idoli, da cui pensavamo di trarre il nostro 'valore'. E tutto risolve nelle differenze della volontà (nota bene: la volontà c’è sempre, ma sempre concepita come conflittuale intenzione a volere, cioè come pensare conflittuale), nel loro conflitto, nel loro vincere o soccombere. Esso non è rinuncia, ma accettazione; non è inerte angoscia, ma serena fraternità con il divenire”. Così infatti ragiona il giurista materialista onesto. Per eliminare i pensieri immateriali in quanto “fittizi ed arbitrari”, dato che essi disturberebbero la sua concezione materialistica del mondo (scrupolosamente poggiante sull’oggettività scientifica per cui è reale ciò che è materialmente percepibile, e di cui si possa legittimamente dire “prendo atto”), egli cerca di comprenderli, attribuendo al pensare la facoltà di prodursi nel cervello, esattamente come attribuisce al digerire quella di prodursi nell’intestino, cioè concependo i pensieri come processi materiali. Cosa succede allora? Succede che attribuendo alla materia proprietà meccaniche e organiche, il pensatore (o il legislatore, o il giurista) materialista attribuisce alla materia anche la capacità di pensare, senza accorgersi che, così facendo, non fa che spostare il problema: invece che a se stesso, attribuisce la capacità di pensare alla materia. Ed eccolo ritornato al punto di partenza: com’è che la materia può pensare sulla propria natura, non accontentandosi di accettare senz'altro la propria esistenza? E poiché non è in grado di esercitare giudizio critico in merito a questa questione cosa fa? Fa l’apologia della verità della nullificazione di ogni verità!!! Il suo tragitto di pensiero è comunque onesto. È onesto! Allo stesso modo è onesta e “legittima” l’istituzione di diritto pubblico, cioè la banca centrale nel fabbricare anacronisticamente cartamoneta secondo signoraggio attraverso il proprio cosiddetto istituito poligrafico di Stato. Onest’uomo è dunque chi formula le seguenti motivazioni per osannare infine al nichilismo.        
“Non è concepibile un monismo della dottrina, che sopravviva al tramonto del monismo normativo. Potremmo ripetere con Paul Valéry (La politique de l'Esprit) che «l'immagine di un caos è un caos». Il tempo non è propizio alle grandi opere di diritto: non più trattati né teorie generali; soltanto, saggi su singoli temi, monografie, lavori collettanei (nota bene: il collettore è il raccoglitore di imposte; dunque è a questo che si riduce in definitiva il diritto), spiegazioni esegetiche, commenti divulgativi. Le vaste sintesi di dottrina presuppongono un centro, un criterio o principio di unità, capace di stringere il molteplice e di trovarvi un senso complessivo. Non a caso le stagioni più ricche della scienza europea sono altresì periodi di splendore degli Stati nazionali: in Francia, dopo il Code Napoléon; in Germania, nell'età bismarckiana; da noi, negli anni che seguirono l'unificazione politica. Ma oggi la sovranità si auto-distrugge (e qui ti volevo!), limitandosi verso l'alto e verso il basso, attribuendo potestà di decisione (e cos’è la potestà o la signoria di decisione se non signoraggio imposto?) ad entità europee e regionali. Non si tratta più di 'deroghe': agli Stati spetta ciò che rimane. La sovranità è soltanto un 'resto'. Nulla può escludere ritorni e restaurazioni, o crisi che reintegrino gli Stati in potestà e competenze del passato, o quegli inattesi sussulti storici da cui emerge una diversa fisionomia del mondo. Anzi, l'esclusivo carattere economico e la natura tecnocratica dell'Unione europea, vuota di volontà politica e di risposte esistenziali, può far presagire rinascite di sovranità particolari. Ma questa è (se mai sarà) storia di domani (tanto… nell’oggi, soffrono solo i poveri, non di certo i giuristi!).
La scienza giuridica non si rassegna all'accidentalità del nichilismo normativo. E perciò si fa (si fa?) a distinguere tra legge e diritto, non già nel senso affatto banale che la legge è una tra le fonti del diritto (anche perché è vero il contrario, vale a dire che il diritto, cioè il pensiero dritto come la spina dorsale umana è la fonte della legge) (e che soltanto la semplificazione espositiva rende fungibili diritto legge norma) (sic!); non già in tal senso (meno male!), ma ravvisando nel diritto un'entità ulteriore, un sostrato fermo e profondo (finalmente!). Domandati di precisare caratteri e contenuti di codesto 'diritto', diverso o avverso alla legge, si risponde che esso va ricavato da 'esperienza', 'società', o consimili laboratori. Non rinnoveremo le critiche già mosse a queste informi espressioni, limitandoci a notare che appunto 'esperienza e 'società' dei nostri tempi - esse prima delle norme - appaiono vuote di centro e di unità. Non sono un tutto, come forse seguiva nel Medioevo cristiano o in altre epoche storiche, ma scenari di rovine e di frammenti. E se un tutto vuole trovarsi, esso è nella potenza planetaria della tecno-economia; schivato il nichilismo normativo, si cadrebbe nel gelido nichilismo del mercato.
E andrebbe soggiunto che 'esperienza' e 'realtà' sono muti fatti, da cui non è ricavabile una volontà prescrittiva (la “volontà prescrittiva” non è altro che l’ordine “legale” alla succubanza acefala: io prescrivo ciò che tu devi volere. Punto). Insomma: se tra i fatti, c'è il fatto del prescrivere, allora diritto è questo fatto, e non gli altri (come volevasi dimostrare); se tra i fatti, non c'è il fatto del prescrivere, allora essi non sono in grado di rivelare alcun diritto (cvd). La norma è in certo modo volere il fatto altrui (eccolo là il volere cartaceo!) (chi comanda vuole che il destinatario abbia o non abbia un dato contegno) (cvd); ma la posizione della norma è, essa stessa, un fatto della volontà”. Ma un fatto della volontà è o non è un atto volitivo del metabolismo che lo attua? Oppure è il dover essere kantiano che invale ancora oggi come sostituzione della ragione in nome della fede? “Ecco l'essere di un dover essere, di che parla Kelsen; e, se non m'inganno (non ti inganni), la dialettica tra volere e già voluto, teorizzata da Giovanni Gentile”. Ma non si tratta di dialettica; si tratta piuttosto di superamento della dialettica, vale a dire del fare, o volere in atto, distinto dal pensare di fare, e distinto dal pensare predialettico di prescrivere questo e quello che “si deve” fare! Senza questo distinguere si perde la sindéresi e si entra nell’alienazione, nella costrizione, nell’automazione dello spirito, cioè dell’io. Qui inizia la terza crocifissione del Cristo. La prima, con Caifa, fu quella del corpo, la seconda, con Fozio (concilio di Costantinopoli dell'869),
fu quella dello spirito, e la terza, con Marx, è quella dell’anima cosciente. Con la perdita dell’io non resta che automazione, retorica, imbecillità.
La dialettica elettivamente teoretica, di moda oggi come struttura discorsiva con contenuto storico, filosofico, morale, sociale e socio-economico, si trova infatti in una situazione in cui è costretta ad esigere l’automazione integrale dell’io, vale a dire la negazione dell’io. Ciò avviene in quanto essa soffre della condizione generale del filosofare analitico, senza possibilità di rigore formale che non sia retorico, dato che i suoi temi, essendo di natura ideale, esigono un'attività intuitiva che, in quanto immateriale, cioè in quanto elemento metafisico irreale, è tagliata fuori.
Ecco perché dalla dialettica hegeliana ancora fondata su movimento intuitivo, si passò alla dialettica con apparente vita intuitiva, ma in realtà priva di idea.
Ed ecco perché dal deterioramento della dialettica priva di idea nacque l'attuale dialettismo, vivente in tutti gli esponenti della cultura odierna.
Idea e dialettismo dell’ideato sono due diversi elementi. L’idea è il puro elemento immediato del pensare, che si da’ all’atto d'indipendenza dell'intelletto rispetto alla mediazione pensante. Il dialettismo invece necessita di PRESUPPOSTI assiomatici, di mediazioni già compiute e discorsivamente fissate, pre-scritte, appunto, evitanti l'esperienza dell'originario pensiero. Così scambia per originario pensiero la premessa dogmatica, il pensato. Costruisce l'edificio sistematico-analitico sulle sabbie mobili del pensiero riflesso e degrada la cultura e corrompe i popoli, costituendo l’idolatria di ciò che assume come avente in sé fondamento, essendo per esso il pensato impenetrabile, o il pensato pietrificato: la materia: “Il dialettismo, mancando di correlazione interna di pensiero, per la sua radicale opposizione all'elemento intuitivo puro, necessita di correlazione discorsiva, ossia di formalismo, che tuttavia non potrebbe essere formalmente logico, perché, ove si costituisse con rigore positivistico, non potrebbe non procedere sino a mandare in frantumi l'intero sistema e perciò se stesso. Il suo contenuto non essendo ideale, è perciò psichico: come tale, non avendo infrenamento né in un rigore formale, né nella concretezza del tema, diviene il correlatore delle parole, onde si può dire che l'unica strutturalità possibile in tale discorso è semplicemente l'assonanza delle parole, o l'associazione dei concetti similari. Qui veramente accade che il nero si possa far passare per bianco e viceversa, e che la storia e la cultura trascorse possano venir retroattivamente mutate secondo il dettame dialettico dell'influsso psichico attuale” (2)
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NOTE
(1) R. Steiner, “Il mondo come percezione” in “La filosofia della libertà”, cap. 4°.
(2) Massimo Scaligero, “La logica contro l’uomo”, Ed. Tilopa, Roma, 1967.
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sabato, 28 luglio 2007
“Anche qui la 'loi de l'efficacité' esige concrete pretese, rapporti tra soggetti determinati, tutela giudiziale, garanzia coercitiva. Cioè, non l'astratta universalità, ma la storica singolarità; non la natura assente e lontana, ma le volontà combattive” - combattere [voglia di; intenzione di]? - “immerse nella politica ed esposte alla casualità del conflitto.
Non sembra perciò calzante l'osservazione polemica di Leo Strauss (in Natural Right and History): “Lo storicismo finiva nel nichilismo. Lo sforzo operato per insediare l'uomo in questo mondo come nella sua casa finiva per dargli l'amaro senso di non aver affatto una casa”. L'universalismo del diritto naturale, appunto perché universale, strappa l'uomo dalla sua casa, dal luogo determinato in cui nacque e crebbe, e lo eguaglia in sradicante omogeneità. Lo storicismo, finisca o non finisca in nichilismo, ridona all'uomo la sua casa terrena,” - con l’ICI? - “il suo 'dove' concreto e singolare. Non gli assicura di certo né stabilità né felicità della dimora, ma lo protegge dall'erratico nomadismo dell'uomo 'universale', da quella che un grande statista di Francia chiamò, nei suoi Mémoires d’espoir, l'angoscia sorda degli sradicati.
L'inflazione legislativa è stata avvertita da sociologi e giuristi, i quali ne hanno descritto i caratteri, mai cogliendone - mi pare - l'essenza nichilistica”. L’essenza nichilistica dell’inflazione legislativa! “Analisi più penetrante si trova in un filosofo spagnolo - dovrei dire in un grande saggista del Novecento - Ortega y Gasset, che vi dedica pagine di Una interpretaciòn de la historia universal (1948-49). Muove egli dai tratti fisionomici del diritto romano: che, disegnando forme rigide e invariabili di comportamento, offriva agli uomini una dimensione sicura “per affrontare partendo da essa, con brio, il problematico resto”. La legge - scrive Ortega - “è ciò a cui uno sa - da prima, da quando nasce - che si può ricorrere e a cui ci si può attenere, perché è lì da prima ed è invariabile”. Lex lata, ossia legge già fatta, che è lì, e che l'individuo trova al proprio venire in vita.
Ma dal 1789 si agita impetuoso lo spirito del “riformismo come atteggiamento principale di fronte al diritto”. Dalle timide e caute riforme si passa alla riforma della riforma; l'essenza del diritto è ormai nella sua riformibilità (la sottolineatura è mia, ndr), nel suo poter essere abbandonato e sostituito. La parola è ancora a Ortega: “Così il diritto giunge ad essere ciò che esisterà domani quando si avrà la nuova legge giusta, ciò che però non c’è e mai oggi, poiché quello che c'è serve solo come invito a cambiarlo. Il diritto è così la lex ferenda che si rivolta contro la lex lata e la distrugge; (ibid., ndr) "è un puro caso che “rimangano come isole fluttuanti questa o quella istituzione di diritto privato che, rotta ormai l'architettura integrale del sistema giuridico, si degradano fino al punto di essere semplici e insostanziali regolamenti”; “a forza di parlare di Justitia si è messo da parte lo Jus, il diritto, poiché non se ne è rispettata la sostanza, cioè l'inesorabilità e l'invariabilità (ibid., ndr).
Davvero istruttiva la consonanza di diagnosi tra Camus e Ortega: la sconsacrazione rivoluzionaria, l'avvento della 'dispsition provisoire'. Ma ciò che a Camus appare irreversibile destino dell'Occidente europeo, contro cui può levarsi soltanto la rivolta meridiana, è invece per Ortega piuttosto un fenomeno di temporanea decadenza. “Ogni cadere è un decadere”. Qui ci preme di osservare che l'antitesi tra Justitia e Jus, sempre rinnovata da rivoluzionari e da reazionari, si agita all'interno della volontà politica (ibid., ndr).È dunque questo che ora intende Irti per “volontà politica”: un contenuto antitetico fra giustizia e legge? “Non contrappone trascendenza ad immanenza, ma volontà politica a volontà politica. Il 'riformismo', cioè la coscienza della mutevole storicità e fungibilità delle norme, è il rovescio della sconsacrazione. Morto il re legittimato da Dio, la norma rifluisce per intero nella volontà degli uomini, nella temporalità del loro vivere. La lex lata incarna la volontà già vittoriosa;” Volontà vittoriosa! “la lex ferenda apre il conflitto, mette in questione il risultato raggiunto, anima le volontà” Volontà animata! “verso la posizione di nuove norme. Non si tratta (come forse sembra a Ortega) di una semplice vicenda storica, ma di una consapevolezza insieme distruttiva e costruttiva (sic!). Se la posizione delle leggi dipende dalla volontà umana,” - volontà umana in quanto metabolismo intenzionale? - “e non si da’ un superiore criterio che le predichi giuste o ingiuste, allora Justilia può soltanto indicare lo Jus del futuro.” Dunque una giusta legge che non ci sarà mai? Qui Irti sembra non accorgersi dell’antilogica. “Leggiamo in una pagina di Benjamin, che Giorgio Agamben ha messo in fermo rilievo: “… nuove forze, o quelle prima oppresse, prendono il sopravvento sulla violenza che finora aveva posto il diritto, e fondano così un nuovo diritto destinato a una nuova decadenza”.
Di questo non c'è da menar scandalo (!!!). Lo scandalo della sconsacrazione è ormai consumato. Le rovine di antichi templi giacciono al suolo. Invariabilità e immutabilità del diritto non potevano sopravvivere. La distruzione non lascia superstiti. Ma nel vuoto si accendono e fronteggiano le volontà, le molteplici forze storiche,” - qui la volontà è una forza storica! Sempre comunque ambigua: è forza storica del volere, cioè metabolismo senza soggetto, oppure è forza storica del pensare intenzionale, cioè attività del sistema nervoso senza soggetto - “attestate in difesa della lex lata o aspiranti a incrinarla e demolirla: la 'riforma' appartiene a questo mondo come sua essenza. Appunto, nuove forme e proposte di forme, che si fronteggiano nella casualità del conflitto”.
Si arriva così al concetto di conflitto casuale per dare alla riforma un contenuto nuovo, consistente in realtà nelle virgolette grammaticali, ecco la vera riforma: che la riforma è impossibile! Irti si accontenta di questa “riforma” del diritto inteso come nichilismo giuridico. Si accontenta in quanto non può risolvere il problema del fatto che tutto nella natura trascorre e dunque non è mai un dato storico incontrovertibile su cui poggiare il diritto! Qui sta la pazzia del pensiero universitario che, in quanto magico incantamento nel materialismo storico unilaterale (che io chiamo bestialismo materialistico pratico, o mentecattocomunismo di uomini di sinistra o di destra), non permette di riconoscere che la riforma del diritto, se realistica, incomincia con la decurtazione monetaria, cioè una nuova moneta emessa dall’individuo per rispettare la natura nel suo "panta rei" (1). Solo una moneta che rinasce, cioè che è rimessa, o emessa, con una data di nascita, che attesti il suo invecchiamento e che poi muoia come ogni cosa della natura, può generare un diritto non anacronistico regolare e regolatore, normale e normatore di norme PER l’uomo NEL tempo! Questo è il problema filosofico, giurisprudenziale e immateriale che la cultura vera deve sapere illuminare e risolvere. Fino a quando non c’è questa risoluzione occorre rifiutarsi di pagare le tasse nella misura in cui si sa che esse servono per la guerra, cioè per la politica intesa come salute dello Stato, la quale in definitiva è sempre guerra.
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NOTE
(1) Antica espressione greca indicante che "tutto scorre" (panta rei) ed attribuita ad Eraclito.
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mercoledì, 25 luglio 2007
Le seguenti parole di Irti sembrano quasi una poetica caratterizzazione del dominio dell’imbecillità umana. “Pure un movimento sale dal basso, da quel sottosuolo, soffocato e coperto, su cui si erano costruiti gli Stati nazionali. Le forze non erano spente; ma ripiegavano nel silenzio, come in attesa di rovina. Ed eccole riemergere, rianimarsi, lanciarsi con impeto nel vuoto lasciato dal Leviatano: discordi molteplicità, differenze di singoli di gruppi di ceti, vecchie abilità artigiane, superstiti dialetti, usanze di vivere e modi di sentire. E di fronte trovano, in contesa per il dominio di quel vuoto spazio, la volontà della tecno-economia”.Ovviamente questo concetto di volontà continua ad essere usato fuori dal suo contenuto essenziale rispondente al sistema metabolico del volere in atto, ma come anelito, scopo, intenzione, ecc., vale a dire rispondente ad altro contesto, quello del sistema nervoso e del pensiero; il dominio dell’imbecillità umana è infatti il dominio dell’alienazione essenziale che caratterizza la cultura attuale. “Non c'è più alcun potere di mediazione; nessuna istanza di imparzialità e di giudizio. La battaglia non può essere evitata. Secondo il rapporto tra le forze in campo, il diritto viene sospinto dall'una o dall'altra parte: e ora si piega all'omologazione degli scambi, ora riscopre l'individualità degli accordi; ora si fa astratto e calcolabile, ora s'infittisce di casi specifici e concreti. Mentre la battaglia è in corso, e il futuro affidato alla casualità dell'esito, tutto appare provvisorio e caduco.
Al nichilismo normativo si oppone talvolta che le norme trovano ben un centro in carte costituzionali o in accordi e dichiarazioni inter-statuali, dove sono enunciati e garantiti 'valori' e principi comuni al genere umano.
L'osservazione non si sottrae ad un'alternativa: o codesti principi e valori trascendono la volontà degli uomini,” - idem come sopra a proposito del concetto di volontà - “ed allora essi sono colpiti dalla critica anti-metafisica, e tramontano insieme con gli altri Dei; o invece nascono dalla volontà (sic!) degli uomini, dispiegantesi nel corso storico, ed allora stanno dentro al conflitto con diversi valori e principi, parte contro parte”. Ma questo conflitto principia dall’uso alienante del linguaggio in tutta la cultura odierna, soprattutto in merito al concetto di volere. In tutto il suo lavoro Irti non fa che appellarsi ad esso, secondo tale alieno intendimento. Infatti il diritto moderno “o se si preferisce, la modernità giuridica”, scrive Irti già nella prima pagina del suo libro, “si è consegnato per intero alla volontà degli uomini. Non c’è più un conoscere la verità del diritto - data dall’alto, e data una volta e per sempre -, ma un incessante e tormentoso volere” (“Nichilismo giuridico”, Op cit., pag. V). Irti però caratterizza subito dopo che cosa intenda con questo concetto di “volere”: “‘Volo, ergo sum’ (Voglio, quindi sono) è la divisa del diritto. Questo volere è scelta di scopi e di mezzi: la norma giuridica, orientata a perseguire uno scopo, determina il mezzo idoneo, ossia la condotta capace di raggiungerlo”. Così dicendo, il giurista non si accorge che parlando di “volontà di scopo” parla sempre e soltanto di mera intenzione a volere, non di volere reale. E qui si nasconde la massima alienazione dell’uomo moderno: l’indistinzione fra pensare e volere, cioè fra sistema nervoso e sistema metabolico. Irti chiama volontà di scopo il volere senza accorgersi che la volontà di scopo è intenzione: “La volontà di scopo non soggiace ad alcun criterio esterno, ad alcun controllo di ammissibilità. La sua razionalità ha carattere tecnico, e sta nella coerenza reciproca degli scopi e nella precisione strumentale dei mezzi” (“Nichilismo giuridico”, Op cit., pag. VI).
Perciò quella di Irti è in definitiva l’illustrazione del dominio dell’imbecillità umana poggiante su una volontà che non è volontà: “- Ma qui - come dice Camus - i giudizi di valore sono scartati in favore dei giudizi di fatto: è 'valore' il principio sostenuto dalla volontà più forte ed efficace”. La volontà più forte ed efficace… ma è solo la volontà del pensare in astratto senza contenuto reale: “Carte costituzionali ed altre solenni dichiarazioni sempre contengono norme poste dalla volontà umana, e quindi trasgredibili modificabili revocabili. Appunto: una volontà fatta in definitiva di carta più che di vivente metabolismo, dunque sempre trasgredibile, modificabile e revocabile… “Nulla sfugge alla distruttiva temporalità dell'uomo. Una storia senza Dio non può simulare il sacro nella forma di 'valori' o diritti universali: essa è tale, in quanto (e solo in quanto) ne ha abbattuto il fondamento.
Già si è notata la rinascita di umanitarismo e universalismo giuridico: 'laici' della politica, che un tempo professavano la severa asprezza della storia; oggi - spogliati dell'ideologia marxiana, e smarriti dinanzi alla potenza planetaria dell'economia - si convertono al diritto di natura. Spesso il salto dalla storia alla natura serve soltanto a preparare,o a nascondere,il salto dalla storia a Dio. Conversioni, che, a ben vedere, determinano un indebolimento di volontà politica e agevolano la vittoria di forze avverse”. L’indebolimento di volontà politica di cui parla Irti non è altro che pensiero debole, vale a dire imbecillità volontaria del pensiero universitario! È sempre mentecattocomunismo anche quando prende forme di pensiero di destra, di centro e di sinistra. L'antitesi di natura e storia [il grassetto è mio - ndr], rivendicando all'una perennità e universalità e lasciando all'altra il caduco e il particolare, pone le forze su piani diversi, e così ne elude il reale conflitto. Ma assenza di conflitto significa, ad esempio, che le forze dell'economia capitalistica occupano il mondo, mentre i generosi neo-illuministi celebrano l'universale dignità dell'uomo, garantita da leggi di natura. È il caso di ripetere che la politica può esser avversata e combattuta soltanto dentro la politica, e non già traendosene fuori e mettendosi al riparo di diritti universali e naturali”. Questa è mera illusione! Credere che la politica possa migliorare standoci dentro è come pretendere di spingere un treno facendo pressione su una parete interna di un suo vagone!
Ma come mai Irti fa affermazioni come questa? Parla di piani diversicome se quelle fossero cose concretamente percepibili ma in realtà sono astrazioni, non piani. E non sono neanche astrazioni di vero pensiero, in quanto si muovono a partire da presupposti concepiti fuori dal moto di quel pensiero. Partono da fede nei dogmi del pensiero universitario o da realismo ingenuo, vale a dire da qualcosa che si è imparato a credere nelle università! Ma è vero pensiero quello concepito fuori dal proprio movimento interno, come dato assoluto, precedente il pensiero?
No! Questo non è vero pensiero.  
Infatti l’unica frazione di verità di un pensiero è il suo movimento. E quel movimento è l’unico cancellino o gomma che può liberare il nostro pensiero dall’errore.
Infatti non può esistere errore nel pensiero che pensa, ma solo nel pensiero che non pensa. La verità distrugge l’errore, ovunque essa sia pensiero capace di identificarsi con il proprio movimento. Ecco perché la verità ha bisogno dell’errore, come dell’ostacolo alla propria illimitatezza. I limiti devono essere posti alla coscienza, perché la coscienza li ravvisi come i pregiudizi che essa deve superare. Devono essere affermati dogmi filosofici, sociologici, scientifici, ecc., e questi dogmi fatti valere come verità universali a cui si conforma il destino degli uomini, perché il pensiero libero (libero dai sensi meramente materiali) si desti e riconosca nell’universale dogmatico l’infermità che blocca l’evoluzione dell’umanità. 
E Irti pare avere qui la funzione di affermare tali dogmi, e forse nell'università egli insegnerà anche a conformarsi ad essi...
La paura di non essere conformi al “così fan tutti” universitario è la paura del movimento interiore del pensiero, in quanto paura dell’io: è paura dello spirito e di ogni scienza dello spirito. Perciò è anche paura del sacro.
L'antitesi di natura e storia" può esistere solo in quanto la storia sia considerata priva del suo elemento sacro. Ma ogni biografia umana che non sia solo mero estrinsecarsi “storico” di funzioni fisiologiche, è sacra.
Domande: come fa un cittadino a considerarsi sovrano se non in un contesto di sacralità della sua storia o della sua biografia? Che significa sacro? Che significa storia? Che significa biografia?
Quante domande!
Si veda ora come questa antitesi viene sviluppata.
continua in larivoltadelledifferenze3
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martedì, 24 luglio 2007
La rivolta delle differenze
 
Quanto segue è la trascrizione dell’ultimo capitoletto del libro del giurista Natalino Irti “Nichilismo giuridico” (1). Il "testo" di Irti è posto fra virgolette e in caratteri diversi in modo da distinguerlo subito dalle . mie osservazioni, che indicano ogni volta come il pensiero giuridico universitario (Natalino Irti è ordinario di diritto civile nell’università di Roma “La Sapienza”) sia in realtà carente… di pensiero, in quanto arenato a problemi posti dal nichilismo di pensiero mai risolti.
 
"Quali modi e caratteristiche assume il nichilismo normativo? La posizione di norme non obbedisce ad uno scopo, il quale dia senso ed unità alla storia del diritto. Ci aggiriamo tra le rovine di antichi monismi: organicità del sistema, sagoma conclusa dei codici... Non c'è una ratio, ma le discordi e molteplici rationes legum: ciascuna norma ha il proprio scopo. Gli scopi, perseguiti dalle norme, non si lasciano raccogliere in unità teleologica. Stanno nel loro disperso e vagante frammentismo. Disposizioni provvisorie, per dirla con Camus, che perdono a mano a mano carattere di generalità, e si danno cura di contingenze ed emergenze. La legge non nasce da un disegno unitario o per un risultato finale, ma soltanto nell’eccitazione del caso:  “L’era del provvisorio è aperta,” diagnostica Paul Valéry, “il tempo d'una sorpresa è la nostra attuale unità di tempo”. Lo stanco e inutile lamento sul numero delle norme, sull'inflazione legislativa, dimentica la logica dei consumi di massa. Caduti i vincoli dell’unità, consumiamo norme al pari di qualsiasi altra merce. Il principio di eguaglianza, che nega identità di disciplina a situazioni diverse, scopre innumeri discordanze tra casi e casi, e perciò genera norme innumeri.
Il flusso non ha altra direzione che quella segnata dalla volontà dominante".
Domanda: a questa affermazione sulla "volontà dominante", la quale segnerebbe la direzione del flusso del nichilismo normativo, dovrebbe partecipare il contenuto del concetto di intenzione (a volere qualcosa) in quanto fattispecie del sistema nervoso o in quanto fattispecie del sistema metabolico? La cultura odierna, scolastica, universitaria, e massmediatica cosa intende per volere? Se intende il pensare, cioè l'intenzione, non vi è alcun dubbio: la cultura universitaria chiama ""volontà dominante" ciò che presume sia l'anelito delle masse, l'opinione delle masse, vale a dire ciò che presume sia il pensare delle masse creduto predominante. Ma come è possibile che una massa di personi pensi? Solo il singolo può pensare. 
Cosa intende allora per "volontà dominante"? Intende il movimento delle membra e della muscolatura delle masse, e dunque  del consumo di energia dei vari corpi umani che le costituiscono? Anche in questo caso avremmo di fronte la medesima incongruenza, dato che sempre e solo l'individuo ha la possibilità di consumare il proprio metabolico ATP, e la massa in quanto tale non può avere tale possibilità.
Questo significa che al contenuto concettuale di "volontà dominante" corrisponde per il peniero universitario il suo contrario: una volontà dominata.
"Volontà senza centro, chiamata a render conto soltanto a se stessa: di cui si può dire che è efficace o non efficace, durevole o caduca, salda nella raggiunta vittoria o già minacciata da volontà avverse. E basta. Non sappiamo quali saranno, domani, le forze in campo; non sappiamo a chi spetterà la vittoria. Tutto è affidato alla casualità dell'esito. Si ha pudore o timore di descrivere con questi tratti la genesi delle norme, o di accettare la descrizione che altri ne faccia. Eppure essa ha il merito, non solo di ritrarre il corso delle cose, e dunque di fornirci un sapere originario ed esistenziale, ma anche di innalzarci nel vasto teatro delle volontà umane". Anche qui si parla di volere senza distinguerlo essenzialmente dal pensare. "Sciolto da vincoli teologici e naturalistici, liberatosi di vecchi culti dell'unità e totalità, il diritto si offre alle molteplici differenze e ai discordi scopi della volontà". Idem come sopra. "Qui si fronteggiano e misurano scopi del capitalismo e della scienza, dello sviluppo tecnologico e della ricerca genetica: insomma, tutte le volontà, che, al fine di tradursi in posizione di norme, scendono in campo e scatenano la lotta". Idem come sopra: si noti che si parla moltissimo di volontà senza però mai distinguere il contenuto di questo concetto da quello di pensiero (intenzione). "La descrizione delle cose, questa strenua e amara franchezza, non svigorisce le volontà," - volontà o intenzioni? - "non le vanifica nel nulla, ma piuttosto le scuote e le rende attive". Le volontà inattive non possono infatti essere altro che intenzioni. "Se il processo del mondo non possiede una meta finale, le volontà pur possiedono singoli scopi di vita". Ma volontà che possiedano uno scopo non sono altro che intenzioni a volere, dunque non volere ma pensare.
Si entra così, pian piano nella follia dei termini, e nella follia della follia che essa comporta.
"Si diceva poco sopra del nichilismo normativo, quale si esprime nell'incessante produzione e consumo di norme. C'è, sì, una sezione più ferma e stabile del diritto (o che tende a stabilità e fermezza): quella, orientata o disegnata dalle tecnocrazie europee. Qui la volontà normatrice degli Stati," - ecco che in quanto "volontà dominante" o "Volontà senza centro" corrispondentevolontà dominatala follia della follia inizia a comparire - "assumendo come proprio scopo" - appunto, si tratta di scopo, intenzionalità della "Volontà senza centro" - "è intenzione la funzionale razionalità dei mercati, si fa partecipe del medesimo tecnicismo, della medesima astratta oggettività. Il diritto ne guadagna in meccanica coerenza, in univocità di disciplina. Il nichilismio del mercato sembra dar misura al nichilismo normativo: non c'è unità di senso, la domanda sul perché rimane senza risposta, ma almeno le cose funzionano e le quantità sono calcolabili". Forse per Irti le cose funzionano, ma non porta alcun esempio a riferimento di tale funzionamento giuridico o mercatorio -Viene spontaneamente al giurista il vecchio dualismo tra diritto civile e diritto commerciale, tra diritto di questa terra e diritto dell'economia sradicata. L'uno, con caratteri di individualità e determinatezza, e perciò esposto agli attriti del soggettivismo; l'altro, mirante a rapporti anonimi e meccanici, puliti di ogni residuo psicologico. Nel primo domina il frammentismo; nel secondo, l'astratto funzionalismo".
E dalla follia della follia all'imbecillità il passo è breve. "La distruzione, o auto-distruzione, della forma statale, della sovranità come principio di unità politica e giuridica, crea uno spazio vuoto. Dove prima era un senso, che riempiva la nostra vita e da cui ciascuno ricavava il proprio valore (l'esser cittadini di uno Stato), ivi si apre uno spazio conquistabile e dominabile. Vi si precipita dentro, da un lato, la violenza della tecno-economia, la quale lo occupa e lo dissolve nella globalità del mercato. La volontà di indefinito profitto s'impianta sul terreno degli Stati nazionali. Qui il contenuto del concetto di volontà addirittura "si impianta", cioè si inserisce come imposizione a volere nel terreno delle varie popolazioni: o mangi questa minestra o salti dalla finestra! Che volontà è questa? È sempre volontà dominante? Certamente dominante dall'alto dei dominatori, legislatori, legisti, ecc. Per quello che riguarda il dominio popolare è volontà dominata o IMPOSIZIONE. Da qui poi il concetto di imposta e tutto quanto esso comporta in quanto inutile e superficiale cerotto ad una economia resa malata mediante "funzionamento" pensato attraverso costrizione giuridica. "Nulla sembra in grado di opporre resistenza; tutto, infiacchito e stremato nella devastazione della sovranità. Gli argini sono caduti uno dopo l'altro; e il fiume degli scambi, senza direzione e senza meta, vi si allarga ed espande". È appunto l'immagine dell'imbecillità umana o del fantozzismo che Irti qui descrive. Dunque non è il funzionamento ma il malfunzionamento del diritto applicato all'economia.        
continua in larivoltadelledifferenze2
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NOTE
(1) Natalino Irti, “Nichilismo giuridico”, Ed. Laterza, Bari, 2004. 
 
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martedì, 24 luglio 2007

DOMANDE

È giusto che lo studioso di una materia debba essere costretto in nome di essa a rapportarsi al livello di incapaci, o di politicanti ipnotizzatori capaci di seduzione in ogni campo e quindi anche in quello di tale materia, in nome dell’uguaglianza?
L’incapace di sostenere una conversazione logica può diventare capace di sostenerla mediante discorsivismo? Cosa distingue il discorsivismo dal dal discorso? La logica contro l’uomo del politicante può diventare logica per l’uomo attraverso il feedback parolaio della sua arte dialettica? Oggi sembra proprio di sì. Perciò sembra di gran lunga più assennato non socializzare piuttosto che socializzare in nome di una materia studiata. Ed anche se quella materia studiata è una materia sociale sembra sempre più sensato tacere che rapportarsi a simili imbroglioni falsamente sociali, cioè alla maggior parte dei logisti e dei giuristi o dei cosiddetti esseri umani politici.   
L’incapace di SOSTENERE una conversazione logica è dunque spacciato? Non può cambiare, migliorare, evolversi?
Certo che lo può.  Ma a condizione che già a partire dal contenuto concettuale di “SOSTENERE” viva il collegamento logico fra “sus” e “tenere”, vale a dire fra gli elementi che si legano nel concetto di SOSTENERE come altrettanti contenuti: in latino “sus” significa “sopra” e “tenere” significa “tenere, tener fermo”, nonché “tendere”, “tirare”, “cercar di ottenere”, “avvicinare la mano”, “trarre ac sé”, “impossessarsi”.
Allora la regola dell’essere conviviale è che bisogna conoscere il latino?
No. Il latino e la cultura non servono alla logica. La logica è logica e collega in quanto è luce, ed anche ogni cultura non può che essere cultura della luce. Culto di Ur è cultura in quanto “ur” è espressione di luce della coscienza. Urano, uragano, urto incominciano con “ur” in quanto hanno a che fare con la luce, che può essere elettrica, del lampo, o interiore, quella che sorge urtando, appunto, contro le cose del mondo…
Dunque per incominciare a conversare di qualcosa occorre innanzitutto chiedersi in cosa si crede.
Se si crede nel nichilismo, cioè nella dottrina che sostiene che non esiste verità, di cosa si può conversare?
Oggi si può dire di sì agli iniziati del dollaro cavandosela con le parole latine “annuo coeptis”, cioè “dico di sì agli iniziati” solo in nome dello stampare altra cartamoneta, o dicendo di sì al contenuto dell’iniziazione degli iniziati?
E in cosa consiste oggi il contenuto di tale iniziazione a prescindere dalla consapevolezza di pensare-sentire-volere vivente come triade in ognuno?
Chi sa distinguere il pensare dal sentire e questi dal volere? Cos’è il volere del volonterosi della moneta complementare? Cos’è per il politicante la “volontà dominante”? Qual è il centro della volontà? Esiste una volontà senza centro? Può esservi volontà nel nichilismo? Qual è la volontà del nichilismo normativo? Qual è la differenza fra questa volontà e quella del nichilismo di mercato? Che rapporto c’è fra l’inflazione legislativa e l’essenza del nichilismo? Come può esistere una riforma del diritto se la sostanza attuale del diritto è nichilismo? Come può esistere una riforma del moneta se la sostanza attuale della moneta è tutto tranne che il talento degli uomini? C’è un rapporto fra il talento e la moneta? Fra l’autorità giuridica e il talento? Fra auctoritas ed auctor? In cosa consiste il talento? Cos’è l’opera dell’autore? Cos’è il diritto dell’autore?
Se queste domande non hanno risposta non mi interessa la tua moneta, qualunque essa sia, non potrà che essermi imposta come l’euro.
E se non si risponde a queste domande si continuerà a giocare alla politica dei novelli creatori di moneta incapaci di distinguerla dal buono sconto di un centro commerciale…

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domenica, 22 luglio 2007
Ai volenterosi
isolati nell’unione
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Questa pagina è il risultato del rifacimento di un precedente scritto. Rifacimento ispirato da una chiacchierata con Gianfranco Florio. La dedico pertanto a lui ed a tutti i suoi amici in grado di capire l'analogia fra acqua e sangue, quest'ultimo pensato come reale strumento monetario o talento, e la luce (dato che è Pasqua)! La luce del Sole, che è "sangue" solare ed aureo, è anch'essa una forma di acqua: una forma superiore di acqua. Ecco perché nel corso dell'ultima cena l'IO SONO dice: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna". Quel sangue è la luce che viene dal Sole. Chi crede di conoscere l'acqua solo perché fa parte della propria esistenza quotidiana, si sbaglia. Occorre imparare a sentire l'acqua ed a pensarla come sangue e come luce, non limitandosi a conoscerne solo alcuni aspetti e alcuni modi di usarla. Solo conoscendo l'acqua come sangue e come luce si può conoscere anche il modo di utilizzarla nel proprio lavoro spirituale fino a farne talento e moneta. L'acqua contiene grandi misteri legati al sangue, che è acqua sublimata, ed alla moneta buona, che è talento vivente e fiducia... sublimate.
***
O volonteroso isolato nella confusione monetaristica, e ciò nonostante aggruppato nell’idea di costruire per il bene comune opifici di cartamoneta complementare e/o alternativa a quella vigente!
ASCOLTA!
E cerca di rispondere in te stesso alle semplici domande qui postulate in forma di lettera aperta.
Perché secondo Te nel 1936 la banca d’Italia si costituì Istituto di diritto pubblico? Lo fece per sport?
Noooooooooooooooooooooooo!
Il fatto che Bankitalia si costituì Istituto di diritto pubblico è la prova che la banda dei politici d’Italia (“BANDA” nel senso della banda Bassotti!) comprese ciò che oggi nessuno vuole comprendere (neanche i volonterosi odierni creatori di valuta complementare, essendo per lo più rincoglioniti!
E cosa comprese?
Comprese che:
1) la creazione di moneta NON può NON avere a che fare col DIRITTO;
2) che il diritto ha a che fare col PENSIERO; e che
3) oggi il pensiero ha a che fare col NICHILISMO!!!
Come è possibile allora, senza questa consapevolezza, e senza occuparsi del pensiero e dei problemi che il nichilismo comporta, presumere di creare una reale moneta complementare e/o alternativa all’euro, che non sia il solito buono sconto, già presente sul mercato da sempre?
Si vuole forse giocare allo stesso gioco che fa la politica dei maiali sbranatori che portò a creare prima la moneta europea come tetto della nostra comune casa, e poi l’Unione Europea, come nostra casa? Forse che oggi per costruire una casa non si costruiscono più le fondamenta prima, poi la casa, e poi ancora il tetto?
Qual'è allora il contenuto di quel concetto di "politica"?
Oppure: qual'è il contenuto generale del concetto di "politica"?
Io mi chiedo e ti chiedo: cos’è la politica se non “organizzazione sistematica dell’odio” (1)?
Oppure: che cos’è la politica se non l’“arte di cercare guai, trovarne anche se non ce ne sono, fare una diagnosi scorretta e praticare una cura sbagliata” (2)?
Siamo davvero tutti ipnotizzati da quest’arte truffaldina?
Sembra proprio di sì: la "scienza" degli ipnotizzatori (veri e propri imbecilli come l'"Ernesto"
)
afferma che la politica non è altro che una forma di seduzione nonché di persuasione, per cui i relativi risultati di consenso non dipendono da ciò che la gente pensa ma dall’abilità degli ipnotizzatori a modularne i pensieri. In base a ciò, tale scienza (sic!) pretende insegnare ad ottenere la patente da leader politico esattamente come si insegna ad ottenere quella di guida dell’automobile, in un contesto in cui di conseguenza l’etica è insegnata come una ricetta dietetica o “come fare il bucato” (3).
Provo a fare una domanda: cosa succederebbe se una tale scienza fosse veramente adottata dagli esseri umani?
Possibile che nessuno se lo chieda?
Con una simile scienza di ipnotizzatori, anzi con tale scienza di imbroglioni, avverrebbe che ognuno diventerebbe leader politico? E allora tutti si sbranerebbero, dicendosi l'un l'altro: "Io sono leader"? Come farebbe allora ad esistere la polis in un contesto in cui tutti hanno il patetentino da leader politico?
È semplicemente assurdo! Vince chi sa imbrogliare di più!
E non avrei mai pensato di arrivare a 60 anni dopo una carriera di suonatore di rock e constatare una simile degenerazione nel pensare umano. Ma che pensare è quello che accetta cose come quella degli ipnotizzatori della "politica"? Ma non era una scienza iniziatica la politica?
Perciò, o volonteroso isolato nella confusione monetaristica, cerca di formulare al tuo io istanze di chiarezza… prima di aggruparti con deficienti dal pensiero che non pensa.
Che tipo di essere umano è chi si aggruppa isolandosi in nuovi partiti?
È intelligente? Dove sta il senso?
Se l’idea forza del tuo aggrupparti ti isola in un nuovo partito ispirato a Chavez o ad altri criminali, come potrai evocare fiducia in chi osserverà il tuo intento di poggiare saldamente su solide basi per una nuova terra monetaria?
O prodi eroi dell’unione di malati mentali sempre più falsari (che inneggiano ad altri malati mentali tipo Chavez), come pensate di creare MONETA senza MANAS? Non vi è bastato il crollo dell'URSS? Non vi è bastata la successiva stangata dell’euro che ha dimezzato i vostri risparmi?
O volontari dell’obbedienza acefala agli iniziati dell'ipnotismo in stile "Ernesto"! Cosa significano oggi per voi le parole “ANNUIT COEPTIS”?
ANNUIIT COEPTIS NOVUS ORDO SECLORUM
ARRIDE AGLI INIZIATI UN NUOVO ORDINE MONDIALE
* * *
Vorrei pertanto scrivere in questo blog ciò che NON si può omettere di conoscere ai fini della creazione di una moneta sana... Infatti la moneta che dice di sì agli iniziati (annuit coeptis) riduce in schiavitù l'uomo in quanto l'uomo si rifiuta di comprendere il senso di quel "coeptis"... La moneta sana deve partire dall'accoglimento di tale senso. "Senza di me non potete far nulla" diceva infatto Gesù, dato che il senso è il Logos.
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Note
(1) Henry Adams, “The education of Henry Adams, 1906”, in Pino Pisicchio, “P4 ovvero PRONTUARIO per il POLITICO PROVETTO”, Ed. levante, Bari, 2003.
(2) Sir E. Benn in Enclave 36, giugno 2007, Ed. Leonardo Facco.
(3)
http://www.laseduzione.net/ricerche/comunicazione-politica.asp !!!
postato da: Tricotomico alle ore 12:34 | Link | commenti
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