Il tradimento dell’io procede: “Siamo soliti a considerare il diritto, per così dire, dall'alto verso il basso: da chi comanda a chi obbedisce, dai governanti ai governati, dalla norma all'atto di osservanza o di trasgressione. Il problema riguarda validità ed efficacia della norma. Di rado i teorici del diritto rovesciano l'angolo di osservazione: dal basso verso l'alto: perché scelgo di obbedire a questa norma? Perché, come giurista, prendo in oggetto di studio queste, e non altre, norme?
Il deicidio, se offre una diversa legittimità al potere di comando, così determina un nuovo fondamento alla scelta di obbedire. Anzi, questa dapprima non era una scelta: collocato dalla sorte in un certo Stato o in un certo popolo, l'individuo aveva dovere di obbedienza al governo legittimo (cioè, provvisto di una investitura divina, che la grande Rivoluzione avrebbe contestato e abbattuto). Il problema della scelta sorge quando tutti i governi di diritto - di un diritto ormai sconsacrato e terreno - sono governi di fatto: ossia, di quel fatto che è la 'efficacité' di talune volontà rispetto ad altre. Nietzsche parla, con riguardo a diverso tema, di 'fissazione storica del rapporto tra potenze': l'espressione può ben descrivere la genesi di una norma che sta lì, in quel caduco e provvisorio rapporto tra le forze in gioco.
Ora, l'individuo vede dinanzi a sé, quasi spettatore di ciò che accade, una pluralità di ordini normativi: Stati, confessioni religiose, società criminali, sette esoteriche ecc. E, poiché tutti sono equivalenti - o, meglio, poiché nessuno ha un 'valore' che non sia l'efficacia della posizione -, l'individuo deve scegliere. Quale che sia il grado di consapevolezza, ciascuno sceglie l'ordine normativo delle proprie azioni o stabilisce una gerarchia tra gli ordini normativi da lui preferiti. Chi 'sceglie' di essere cittadino di uno Stato e di obbedirne le leggi, ma è insieme membro di una confessione religiosa, potrà trovarsi dentro al conflitto di due norme: ne uscirà soltanto mediante un criterio di gerarchia, cioè di preferenza dell'una all'altra”. Preferenza motivata da valutazione o non motivata? “Criterio, che egli ha deliberato e voluto.
Proprio questa ipotesi mostra che un diritto è diritto per me se io voglio quel diritto (voglio?): lasciata la posizione di spettatore, scelgo (scelgo?) il mio diritto, il quale è (per giovarci d'un raffronto di Giovanni Gentile), al pari della madre, unico ed esclusivo (scrive il filosofo siciliano: «Ognuno ha la sua, ma nessuno ne ha più d'una; e nessuno può parlare del mondo, in generale, senza parlare del proprio unico mondo, dove la madre è una sola»)”. Voglio che quella sia mia madre? “Sappiamo che la norma procede per qualifiche, predicando un'azione dovuta ed altra illecita ed altra ancora permessa: questo corpo di nomina juris non può logicamente tollerare predicati, che, identici o contrari, discendano da diversa fonte. Poiché nessuna azione è in sé permessa o illecita o dovuta, soltanto la norma - la norma che, scelta da me (scelta da me?), diventa la mia norma - può colorare l'azione (colorare l’azione?) e attribuirle un predicato. Il diritto è esclusivo, perché esclude la simultanea applicazione di qualsiasi altro ordine di criteri. Aut-aut. Lo spettatore vede la pluralità (et et); la scelta determina l'escludente unicità.
Ma che cosa propriamente significa scegliere un diritto? Se ciascuno degli ordini normativi è fondato su una Grundnorm, cioè su un inizio da cui tutto si svolge, allora la scelta di un diritto è scelta di una Grundnorm. Scegliendo l'inizio, scelgo insieme tutte le norme che ne sono derivate o siano per derivarne. Il nichilismo si converte, a parte subjecti, in solipsismo giuridico. Il diritto è scelto da me; accettando l'inizio, anche accetto le procedure, con cui si svolge l'intero ordine di norme. Scegliendo l'inizio di un regime democratico, accetto il criterio della maior pars, e procurerò di scendere nel conflitto e di inserirmi in una od altra delle forze in campo. Qui è davvero inutile indagare sui motivi della scelta: luogo di nascita, tradizione di famiglia, debolezza psichica, paura di sanzioni o attesa di premi ecc. Ciò che conta è avvedersi come la forza di un diritto corrisponda alla somma delle scelte individuali: una quantità di solitudini, le quali non costituiscono un'entità ulteriore, un'unità di volontà (volontà?), ma rimangono puri elementi di un calcolo numerico (?). Quando si afferma che un diritto è osservato, o che comandi sono obbediti, non si esprime una qualità delle norme giuridiche, ma si calcola una quantità (?) di volontà (volontà?) individuali (?). Si accerta quel fatto, che è dato da una somma di scelte solitarie. I plurimi atti di osservanza sono empiricamente unificati nell'osservanza del diritto. 'Gli osservanti' (per usare il titolo d'un suggestivo libro di Franco Cordero) fanno l'osservanza, la quale non è disgiungibile dalle loro solitarie e singolari volontà (volontà?).
Anche guardandoci dal sottile fascino di deduzioni e implicazioni logiche, si scopre che l'efficacia del diritto - il suo imporsi come massima dell'agire - dipende dalla scelta dei singoli. E che pertanto la volontà (volontà?) individuale, spinta dai motivi più vari e imprevisti, è, essa stessa, il fondamento del diritto: essa, che, scegliendo l'inizio e le relative procedure, conferisce alla norma la numerabile 'efficacité'”. Qui il modo di procedere è astratto e deficiente di pensiero, dato che pone a fondamento del diritto la quantità numerica di coloro che ci credono! La pazzia qui è galoppante. Ed è un po' come dire: io faccio un divieto o un obbligo a caso, cioè senza pensiero ma casomai in base a modelli prefabbricati di pensiero; se voi crederete a tali contenuti formulati in tal modo, essi saranno i vostri doveri, diritti, leggi e decreti, ecc. Dunque non si tratta di pensiero universalmente valido ma di accettazione di pensati...
È la cablatura: l’uomo che si priva del pensiero in nome della norma, o del diritto, o del modello di pensiero, è un cablato mentale: scientificamente cablato; è in fondo un seguace o un discendente dei Münchausen (la storia del barone di Münchausen che si libra in aria appeso al suo codino è conosciuta): la cablatura cerebrale, o ombrello cerebrale, o scotomizzazione dell'io umano, sono infatti strumenti per la presa di potere dell’uomo sull’uomo, indipendentemente dell’autodominio o della presa di potere che l’uomo può esercitare su se tesso.
L’uomo dal pensiero debole, o deficiente, o dal cervello cablato, diventa così persuaso in modo scientifico che le cose vanno bene così come sono! E che il suo livello di schiavitù è del tutto normale! In questo contesto si innestano poi i falsi maestri, i giuristi, i legislatori, gli avvocatucoli e gli esperti di ogni tipo. E l’uomo cablato si attende poi sempre che essi facciano rivelazioni spettacolari. Si guarda la televisione e si impara scientificamente ad essere stupidi. Si guarda il talebano che decapita un suo simile e si pensa: “Una cosa del genere non potrebbe mai accadere qui da noi”. Davvero mai? Cosa accadde nella Germania nazista? Fino a che punto si può essere nazista? Cosa traccia la linea di demarcazione fra equo ed iniquo, fra obbedienza e clemenza, se non l’epicheia?
Il ragionamento di Irti non tiene in considerazione che gli odierni “osservanti” della legge sono individui che rinunciano alla loro moralità personale in favore di una moralità collettiva, istituzionalizzata. Gli “osservanti” della legge, gli attuali farisei, sono coloro che hanno abbandonato le loro convinzioni meditate per scendere a un compromesso col sentimentalismo e con la popolarità, vale a dire barattano la responsabilità per l'ubbidienza, sostituendo la parresia col leccaculismo!
A base di questa affermazione non pongo una mia opinione ma un esperimento psicosociale degli anni sessanta sull’ubbidienza degli “osservanti”. Si tratta delle famose ricerche di Stanley Milgram fatte presso la Yale University.
Milgram scelse come campione un settore rappresentativo della popolazione maschile adulta (dai venti ai cinquant'anni) di Bridgeport, Connecticut, dagli operai fino ai professionisti. L'esperimento si proponeva di determinare fino a che punto un individuo avrebbe potuto infliggere una punizione a un altro individuo, quando ciò gli fosse stato ordinato (tale esperimento della “Società di ricerche di Bridgeport” venne poi mascherato come studio scientifico sulle tecniche dell’apprendimento). I soggetti venivano scelti a caso e ricevevano un compenso di quattro dollari e mezzo.
Uno “scolaro” era legato a una “sedia elettrica” dopo che il soggetto (un “insegnante”) aveva verificato l'efficienza dello strumento provando una scarica di 45 volts. Quindi da una sala vicina il soggetto (insegnante) somministrava una scarica elettrica di intensità crescente per ogni risposta errata. In realtà lo “scolaro” non riceveva la scarica, e le sue reazioni consistevano in una registrazione su nastro di tipici mormorii, boccheggiamenti, grida di implorazione e urla sempre più forti col crescere dell'intensità della scarica comunicata. Le risposte erano prestabilite dallo sperimentatore, così che l’unico fattore che poteva impedire all'insegnante di somministrare la scarica elettrica era rappresentato dalla sua compassione per un essere umano. L'insegnante (il Signor Tizio) si trovava a dover scegliere fra l'ubbidienza al sistema autoritario e la sua convinzione che non si dovesse far male a un'altra persona.
Il seguente dialogo fra chi comanda le scariche e chi obbedisce attuandole è tratto dal libro di Thomas A. Harris, “Io sono ok, tu sei ok” (Ed. Rizzoli):
Sperimentatore: “Somministri 150 volts”.
Insegnante: “Vuole che continui?”
S: “Somministri 165 volts”.
I: “Quel tipo là dentro sta urlando. E un voltaggio alto. Forse gli può venire un collasso. Devo continuare?”
S: “Somministri 180 volts”.
I: “Non ne può più. Io non ho intenzione di uccidere quell'uomo là dentro! Non lo sente come urla? Sta urlando. Non ne può più. E se gli succede qualcosa? Capisce cosa voglio dire? Intendo dire che rifiuto di assumermi qualsiasi resposabilità. (LO SPERIMENTATORE SI ASSUME LA RESPONSABILITÀ).
S: “Va bene”.
195 volts 210, 225, 240, e così via.
Quale fu la percentuale dei quasi mille insegnanti che portò a termine l'esperimento tramite immancabile obbidienza? È pazzesco ma è la verità: il sessantadue per cento! Costoro ubbidirono fino in fondo alle ingiunzioni dello sperimentatore.
Milgram perciò concludeva: “Con stupefacente regolarità si vedeva della brava gente piegarsi alle richieste dell’autorità e compiere azioni dure e spietate. Persone che conducevano una vita rispettabile e responsabile erano indotte dalle insegne dell'autorità, dal controllo delle loro percezioni, e dall'accettazione acritica della definizione definizione della situazione data dallo sperimentatore, a compiere atti crudeli. I risultati, in quanto visti e sentiti in sede di laboratorio, sono per chi scrive fonte di turbamento” (1).
Oggi basta accendere la TV per accorgersi che la crudeltà degli “osservanti” talebani è di natura ancora peggiore. Insomma l’uomo bestia esprime obbedienza alle regole del proprio clan e della propria giurisdizione, ma questo dovrebbe essere considerato il fondamento su cui poggiare il diritto? È davvero lecito contare sul numero di individui che in nome della legge compiono trattamenti disumani per affermare il diritto?
Se il 62% dell’umanità si comporta da animale significa che tale maggioranza democratica può avere voce in capitolo per fondare un diritto senza io?
Senza dubbio la premessa accettata acriticamente era che ogni genere di esperimento necessario alla ricerca era giustificato. Ma si trattava della stessa ipotesi che spinse scienziati “rispettabili” a partecipare agli atroci esperimenti di laboratorio condotti nella Germania nazista.
Che differenza c’è allora fra i nuovi politicastri sedicenti antisignoraggisti che parlano di popolo o che fanno tutto in nome del popolo, magari alleandosi con dittatori in nome del popolo, e quei nazisti sperimentatori?
Piegarsi passivamente all'autorità o accettare senza discutere leggi che appaiono contrarie alla giustizia e alla sopravvivenza, non è un indice di forza e di sanità mentale. Le leggi non sono l'ultima verità. Soprattutto per i giuristi assertori del nichilismo giuridico. Assieme alle leggi giuste vi sono leggi inique e molte di queste sono state cambiate in seguito a proteste.
Se non si tiene conto della protesta pacifica e del rifiuto della legge se iniqua (epicheia), non si può che prevedere il prevalere progressivo di episodi di violenza. Questa semmai è volontà ma in quanto volontà reattiva al altra volontà del fare il male. Le reazioni di chi non ne vuole sapere di pensare, cioè di dare ascolto alla voce della sua ragione (sindéresi), saranno sempre più condizionate dalla paura. Certamente occorre tener conto delle esigenze del processo democratico, che non può prescindere dalle leggi. Ma la democrazia può essere operante solo a condizione che il suo elettorato sia intelligente, e un elettorato intelligente non lo si può creare per decreto.
Ecco perché ogni solipsismo, anche il “solipsismo giuridico” è un’imbecillità che dev’essere superata. Ed il suo superamento non può che ottenersi per via di pensiero, anzi per via di “io” e di universalità. La conoscenza è universale in quanto intellezione e non in quanto sensazione, così che l’accordo tra gli uomini avviene sul piano intellettivo e non su quello sensibile.
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NOTE
(1) Stanley Milgram, “Human Relations”, vol. 18, n. 1, 1965.